Quando si parla di accessibilità le prime associazioni che facciamo riguardano rampe, ascensori, percorsi senza barriere e servizi dedicati. Si tratta sicuramente di strumenti fondamentali che, però, rappresentano solo una parte del percorso verso una società realmente inclusiva.
Esiste infatti un’altra forma di accessibilità, spesso meno visibile ma altrettanto importante: quella comunicativa e culturale.
Le parole che utilizziamo ogni giorno influenzano il nostro modo di guardare il mondo e le persone che ci circondano. Possono alimentare stereotipi oppure contribuire ad abbatterli. Per questo il linguaggio è uno strumento di accessibilità da utilizzare con consapevolezza.
E se le parole diventassero barriere?
Per molti anni la disabilità ci è stata raccontata attraverso un linguaggio che metteva al centro la limitazione della persona e ai margini i suoi diritti.
Espressioni come handicappato, diversamente abile, costretto sulla sedia a rotelle o affetto da disabilità, oggi sempre meno utilizzate, raccontano una visione in cui la persona viene identificata principalmente attraverso la sua condizione.
A queste parole si accompagnano spesso narrazioni altrettanto riduttive: da una parte la persona vista come “vittima”, dall’altra come “eroe” capace di compiere imprese straordinarie. In entrambi i casi si perde di vista ciò che conta davvero: la normalità della vita quotidiana.
Le barriere, infatti, non sono soltanto architettoniche. Possono essere anche culturali, comunicative e sociali.
La Convenzione ONU e il nuovo paradigma
Un importante cambiamento è arrivato con la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, adottata nel 2006 e ratificata dall’Italia nel 2009.
La Convenzione guarda alla disabilità non come a una caratteristica della persona, ma come al risultato dell’interazione tra la persona e l’ambiente. In questa prospettiva il problema non è la persona, bensì le barriere che limitano la sua partecipazione alla vita sociale.
Una scala senza un’alternativa accessibile, un’informazione poco chiara, un sito web non fruibile o un linguaggio discriminatorio possono diventare ostacoli tanto quanto una barriera architettonica.
I principi della Convenzione trovano solide basi anche nella nostra Costituzione.
L’articolo 3 afferma infatti che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l’uguaglianza delle persone, impedendo la piena partecipazione alla vita del Paese. Gli articoli 2 e 38 invece richiamano il rispetto della persona, la solidarietà e la tutela dei diritti, principi che oggi guidano il concetto moderno di accessibilità e inclusione.
Le parole giuste: mettere la persona al centro
Questa riflessione si basa sul principio del People First, un approccio che mette sempre al primo posto la persona e solo successivamente, quando necessario, la sua condizione.
Per questo oggi si preferiscono espressioni come:
- persona con disabilità;
- persona con sindrome di Down;
- persona con disabilità motoria;
- persona che si muove in sedia a rotelle.
Piuttosto che definizioni che identificano la persona esclusivamente attraverso la sua condizione.
Questo cambio di prospettiva rappresenta una vera e propria trasformazione culturale, che vuole andare oltre le etichette e riconoscere prima di tutto l’individuo.
Le parole costruiscono inclusione
In questo contesto, anche la comunicazione assume un ruolo fondamentale. Se è vero che l’accessibilità passa dalla progettazione di spazi e servizi privi di barriere, è altrettanto vero che passa dal modo in cui scegliamo di raccontarli.
Le parole non sono semplici strumenti descrittivi: contribuiscono a costruire una cultura. Possono rafforzare pregiudizi oppure favorire una maggiore consapevolezza, promuovendo una visione della disabilità fondata sul rispetto, sull’autonomia e sulla piena partecipazione alla vita sociale.
Per questo, scegliere un linguaggio inclusivo non significa prestare attenzione a una semplice questione terminologica, ma riconoscere la centralità della persona. Ogni parola scelta con cura rappresenta un piccolo passo verso una società più accessibile, non solo negli spazi, ma anche nel modo di pensare.
Le parole fanno la differenza
Le parole evolvono insieme alla società. Alcuni termini, un tempo di uso comune, oggi sono stati superati perché non riflettono più una visione rispettosa e inclusiva della persona. Scegliere le espressioni più appropriate significa contribuire a costruire una cultura dell’accessibilità.
| ✅ Preferiamo dire | ❌ Evitiamo di dire |
| Persona con disabilità | Handicappato |
| Persona con sindrome di Down | Mongoloide |
| Persona con autismo | Affetto da autismo |
| Persona con disabilità motoria | Diversamente abile |
| Persona che si muove in sedia a rotelle | Costretto sulla sedia a rotelle |
| Persona con disabilità intellettiva | Ritardato |
| Persona con sordità / persona sorda* | Sordomuto |
*Quando possibile, è sempre consigliabile rispettare la preferenza della persona interessata, poiché alcune comunità possono identificarsi con termini diversi.



