IL BLOG DI KIMAP

Il peso delle parole e la responsabilità di chi le usa

In Spagna, una riforma costituzionale ridefinisce il rapporto con la disabilità, mette al primo posta la persona e sceglie la strada dell’inclusione

Se vogliamo riconoscere nella facoltà di nominare il potere di dare una forma ed un contenuto alle cose, viene da sé il riconoscere anche la gravosa responsabilità che questa comporta. L’uomo si esprime per mezzo di parole, a differenza delle cose che si avvalgono del linguaggio “muto” della forma, del suono, dei colori etc… Ma questi due linguaggi – quello “umano” della parola e quello “muto” delle cose – si incontrano nel nome che l’uomo dà alle cose. Il nome dato diventa ciò attraverso cui la cosa si manifesta, si esprime. Nominare una cosa significa anche definirla. Ma questo, come ben ci ricorda Walter Benjamin¹, non deve portarci ad affermare un’identità netta tra parola e cosa. La parola di per sé non esaurisce il contenuto di ciò che indica, ma ne manifesta solo una parte (il suo significato linguistico). 

Così come non dobbiamo correre nel facile errore di affermare la mera identità fra parole e cose (o idee), il monito benjaminiano mette in guardia anche dalla tentazione di affermare una netta differenza tra questi, abbracciando una teoria strumentale della lingua; il che ci porterebbe a vedere nella lingua e nelle parole un parziale tentativo di rappresentazione di qualcosa di per sé inaccessibile. In sintesi, possiamo dire che le parole siano un contenitore tanto insufficiente nella forma – data la loro incapacità di manifestare l’intero contenuto di ciò che rappresentano – quanto potenzialmente infiniti nel contenuto, o meglio, nella capienza. 

Ritornando al nostro esordio, la responsabilità di nominare le cose è grande: tanto per il pericolo di parzialità (volontaria o non) con cui si restituisce l’essenza di qualcosa, quanto per l’intrinseca incapacità, insufficienza del mezzo stesso, della parola con cui nominiamo qualcosa. Capiamo allora che una tale responsabilità ha, e può avere, delle importanti ricadute non soltanto sul piano linguistico e su quello ontologico, ma anche su quello politico e sociale. Ed è quest’ultimo ad essere di nostro particolare interesse. 

A questo riguardo si veda l’utilizzo indiscriminato che fino ad oggi si è fatto della parola “disabile” (e dei suoi sinonimi come “diversamente abili” o “handicappati”).  Un termine ampiamente esaustivo in relazione alla dimensione della mancanza, di ciò che colei/colui che viene chiamata/o “disabile” non ha per “meritare” un tale appellativo; ma allo stesso tempo insufficiente – potremmo anche dire totalmente inesistente – in relazione alla dimensione della persona. Con il termine “disabile” nominiamo una persona omettendo completamente proprio il suo essere, prima di ogni altra mancanza, persona; diamo una maggior rilevanza alla deficienza (nel suo senso etimologico di “mancare di qualche cosa”) che sia fisica o cognitiva, piuttosto che all’umanità. La responsabilità nell’adozione di una simile nomenclatura, è decisiva in quanto comporta una scelta di inclusività (o esclusività). Omettere l’essere “persona” dall’essere “disabile” mette in atto un meccanismo di esclusione: l’esclusione di una persona (la/il disabile) dal mondo delle persone. 
Un esempio, per così dire, in controtendenza è sorto in Spagna pochi giorni fa, dove è stata approvata una riforma – e ciò andrebbe sottolineato più volte –  costituzionale, il cui contenuto prevede l’abolizione del termine “disabile”, sostituito dall’espressione “persona con disabilità”. Non una modifica formale qualunque, ma una vera e propria scelta consapevole che rimette al primo posto la centralità della persona, la sua umanità. Una scelta che dimostra inequivocabilmente di riconoscere il peso delle parole e la responsabilità di chi le usa.

¹ W. Benjamin, Sulla lingua in generale e sulla lingua dell’uomo, in Angelus novus, Einaudi, Torino, 1962

Scarica l'app

play store google app store
it_ITIT